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mercoledì 30 aprile 2008

Passerò per Piazza di Spagna

Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S'apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell'aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S'aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l'acqua nelle fontane -
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l'odore della pietra e dell'aria
mattutina. S'aprirà un porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu - ferma e chiara.
Cesare Pavese

Ho sempre apprezzato Pavese, ma conoscevo più la sua opera da narratore che quella da da poeta. Credevo, erroneamente, che bastasse quel po' che avevo letto per capirne l'essenza, ma mi sbagliavo.
I versi appena riportati mi hanno colpita sin dal primo istante.
(Forse perché mi ricordano una splendida giornata "romana" vissuta qualche anno fa... o forse perché a farmeli scoprire è stata una persona che apprezzo molto e che è sempre riuscita ad indirizzarmi verso le scoperte più belle nel mondo della lettura...).
Magari per gli altri non avranno la stessa forza evocativa che hanno per me, ma restano, a parer mio, egualmente splendidi.

domenica 20 aprile 2008

Versi sparsi

Il mondo davanti agli occhi e non soltanto in cuore

Pier Paolo Pasolini

martedì 15 aprile 2008

Riflessioni

Di solito non parlo di politica e, premetto fin d'ora, che non lo farò neanche adesso; però, negli ultimi giorni, alcuni "avvenimenti" della politica italiana mi hanno riportato alla mente, per uno strano quanto interessante gioco di associazioni, le parole di uno dei libri che più ho amato e amo leggere: Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa.
Pur consapevole che solo in pochi non hanno ancora letto il passo qui di seguito, ho deciso ugualmente di postarlo, sia perché rappresentativo, a mio parere, di uno dei capolavori della nostra letteratura, sia perché ritengo sia indispensabile che, nell'immaginario di ogni singolo siciliano, esso sia presente e radicato...ora più che mai...
Ecco dunque le parole del Principe di Salina al funzionario piemontese Chevalley:

"...Adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi: in Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare" [...].
Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio.
Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.
Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto [...] .
Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni... D'altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l'ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl'incongrui stupri hanno formato l'animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata; che non è mai meschino, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali [...] .
Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d'arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d'imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo."

martedì 1 aprile 2008

Ritrovare Montale

Montale è uno dei poeti che amo di più.
In realtà non è sempre stato così... Ho avuto bisogno di tempo e di attento ascolto per far mia anche solo una piccola parte del suo universo...
A volte l'ho considerato una vera e propria sfida: non era semplice accettare come inafferrabile la ragione che mi portava a quegli improvvisi e fulminei moti di immedesimazione nei suoi versi.... semplicemente perché, quella stessa ragione, pochi attimi dopo, mi portava mille miglia lontana da ciò che consideravo ormai certo, indiscutibile, meravigliosamente quotidiano...
Forse proprio l'ambivalenza che nasce in me dalla sua poesia e questo suo non riuscirmi mai scontato sono le caratteristiche che più ho amato e amo in lui...
Montale mi costringe ad una rielaborazione e ad un'accettazione critica cui solo gli incontri più importanti nella vita mi hanno finora costretta...
A volte è arduo coglierne il senso, ma quando riesco a farlo, il piacere che me ne deriva è assolutamente incomparabile a quello ottenuto tramite una conquista che sin da subito è sembrata tanto evidente e tanto ovvia da non lasciare spazio agli infiniti e meravigliosi (indubbiamente aspri, eppure così incredibilmente familiari) sentieri del dubbio...
D'altronde, le mie vittorie più belle sono sempre state quelle più duramente volute e sofferte...
Oggi ho avuto un'ulteriore prova di tutto questo.
Dopo lunghe settimane in cui avevo perso quell'indefinibile accordo che mi consentiva d'essere in sintonia con quelle parole, così tanto mie in passato, si è aperto un nuovo spiraglio di luce...
E quel tenue e delicato barlume mi ha riportata in un mondo denso di emozioni, in cui le parole accostate le une alle altre non sono più delle semplici lettere in endecasillabiche successioni di suoni, ma il sentiero tracciato verso quell'infinita dolcezza che è sempre bello riuscire a ritrovare, specialmente dopo che la si è considerata persa.
Riporto dunque i versi felicemente scoperti oggi...
Sono le strofe conclusive di "Voce giunta con le folaghe", una delle ultime liriche de La Bufera e altro:

...
- Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l'ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
miei prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé... -
Il vento del giorno
confonde l'ombra viva e l'altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch'é tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...